Crisi iraniana: il sentiero stretto dell’analisi marxiana
Crisi iraniana: il sentiero stretto
dell’analisi marxiana
Le
analisi, le interpretazioni e le dichiarazioni che proliferano praticamente su
tutti gli strumenti d’informazione in merito alle vicende che stanno scuotendo
da diversi giorni la Repubblica Islamica d’Iran risultano caratterizzate da una
marcata polarizzazione di carattere geopolitico che vede contrapposti i
sostenitori della decadente egemonia occidentale a guida Usa a quelli di un
nuovo ordine mondiale su base multilaterale. Raramente ci siamo imbattuti in
analisi, più o meno articolate, che affrontano la struttura di classe e le
dinamiche di contrapposizione interne al paese risalendo alle cause profonde dello
scontro in atto.
Come
redazione di Oltre confine abbiamo cercato, con i nostri limitati mezzi, di
fornire un piccolo contributo analitico provando a svincolarsi dalla
maggioritaria stretta logica “campista” a beneficio, invece, di una lettura
attraverso una lente di matrice marxiana. Pertanto, abbiamo deciso di
pubblicare la sottostante analisi di Rodrigo Rivas ed il commento che ci è
pervenuto da un compagno iraniano di nostra conoscenza il quale, in poche ma
significative righe, ha anche provato a delineare possibili scenari di
risoluzione attraverso l’individuazione delle classi sociali propulsive e le
strategie in grado di fornire una via d’uscita rivoluzionaria di stampo
socialista alla crisi in atto.
La
redazione di Oltre confine
Iran: tra rivolta popolare e crisi
di regime. La continuità di “Jin, Jiyan, Azadî”
Firat Ak
Stamane, la RAI ha parlato di 2.000 morti in Iran.
Una dichiarazione del Tudeh (partito comunista
iraniano) parla invece di 6 morti.
Nessuna delle 2 versioni sembra credibile.
Al di là dell'orrore, anche 6 morti sono una cosa
orrenda, la cosa più interessante mi sembra la cronaca.
Ovviamente, nessun cronista abita nel limbo. L'autore
di questa è un militante curdo iraniano.
Comunque sia, il mio punto di partenza è una triplice
opposizione: al criminale regime degli ayatollah, ad ogni intervento esterno
(statunitense -israeliano), al ritorno dei sepolcri imbiancati, nel caso specifico
al figlio dell'ultimo scià, Reza Pahlevi, cacciato a pedate da una rivolta
popolare negli anni '70. Figlio che, dopo autonominarsi "salvatore della
patria", si propone come il "Guaido persiano", ma senza la
nomina dal predellino washingtoniano, almeno per ora.
Tocca agli iraniani decidere cosa fare. Dall'esterno,
tifo perché riescano a cacciare via presto, gli ayatollah ed i delfini.
L’ondata di proteste che ha attraversato l’Iran tra la
fine del 2025 e l’inizio del 2026 rappresenta una delle mobilitazioni popolari
più ampie degli ultimi decenni. Innescata dal collasso economico, inflazione
fuori controllo, impoverimento diffuso e crollo del rial iraniano ai minimi
storici la protesta si è rapidamente trasformata in una contestazione
politica di carattere sistemico.
Secondo numerose fonti locali, nel giro di due settimane le manifestazioni hanno raggiunto quasi tutte le province del Paese, coinvolgendo città come Teheran, Mashhad, Isfahan, Shiraz, Ahvaz, Kermanshah e molte altre. Gli slogan emersi non si limitano più a rivendicazioni economiche, ma mettono in discussione direttamente la legittimità dell’attuale assetto di potere della Repubblica Islamica.
La continuità con il movimento “Donna, Vita, Libertà”
Molti osservatori iraniani e internazionali
sottolineano come questa sollevazione rappresenti la prosecuzione diretta del
movimento nato nel 2022 dopo la morte di Mahsa (Jina) Amini. Le giovani donne
restano una componente centrale della mobilitazione; tuttavia, l’elemento
distintivo dell’attuale fase è l’ampiezza della partecipazione sociale.
Studenti, lavoratori, commercianti dei bazar, contadini, minoranze etniche e
religiose prendono parte alle proteste in modo coordinato.
In particolare, il coinvolgimento dei commercianti è considerato un indicatore significativo. Storicamente, i bazar hanno costituito uno dei pilastri della stabilità economica e politica dell’Iran. La loro adesione alle proteste segnala una frattura profonda tra società e Stato, difficilmente reversibile nel breve periodo.
Repressione e dinamiche di radicalizzazione
La risposta delle autorità è stata prevalentemente
securitaria. Le forze di sicurezza hanno represso le manifestazioni attraverso
arresti di massa, uso di munizioni vere, gas lacrimogeni e operazioni
all’interno dei campus universitari. Secondo stime non ufficiali, il bilancio
delle vittime nelle prime fasi della repressione varia da alcune decine a oltre
trenta persone.
Dopo giorni di silenzio, la Guida Suprema Ali Khamenei
ha riconosciuto parzialmente il disagio economico della popolazione, ribadendo
però una linea di fermezza nei confronti dei manifestanti. Questo doppio
messaggio ha contribuito ad accentuare le tensioni. All’interno dello Stato
sembrano emergere approcci divergenti: mentre alcuni settori istituzionali
evocano la necessità di un dialogo, l’apparato di sicurezza continua a
privilegiare una risposta repressiva.
Minoranze, questione curda e aree periferiche
Nelle regioni a maggioranza curda, così come in quelle
abitate da altre minoranze come i beluci, la repressione appare più intensa.
Queste comunità, storicamente soggette a discriminazioni politiche, culturali
ed economiche, rappresentano alcune delle componenti più organizzate
dell’opposizione.
Le restrizioni linguistiche, la militarizzazione dei
territori, la criminalizzazione del dissenso e il ricorso alla pena capitale
hanno alimentato una sfiducia strutturale nei confronti del potere centrale.
Per molti attivisti iraniani e appartenenti alle minoranze, qualsiasi
prospettiva di transizione politica risulterà fragile senza un riconoscimento
sostanziale dei diritti collettivi e un rafforzamento delle autonomie locali.
Un sistema sotto pressione interna ed esterna
La crisi interna si intreccia con una fase di
indebolimento regionale dell’Iran. Dopo l’uccisione di Qassem Soleimani e le
crescenti difficoltà delle reti alleate di Teheran in Medio Oriente, la
capacità del Paese di proiettare potere all’esterno appare ridotta. Questo
restringe ulteriormente il margine di manovra del regime in una fase di
crescente pressione sociale interna.
In tale contesto, emergono interrogativi sul ruolo
degli attori regionali e internazionali. Tuttavia, attribuire la protesta
esclusivamente a interferenze esterne non consente di cogliere la profondità
delle cause economiche, sociali e politiche che alimentano il malcontento.
Scenari e prospettive
Diversi scenari vengono oggi discussi dagli analisti:
- Approfondimento della crisi economica, con il
proseguimento della svalutazione del toman e il blocco delle capacità di
importazione ed esportazione.
- Richieste sociali e modelli alternativi di
governance, fondati su maggiore partecipazione democratica, giustizia sociale,
diritti delle donne e tutela ambientale, come proposto da alcuni movimenti
della società civile.
- Riposizionamenti regionali, con il possibile
coinvolgimento indiretto di attori come Israele o Azerbaigian, ipotesi che
restano oggetto di dibattito e richiedono verifiche.
- Centralità del fattore curdo, che rappresenta un
attore politico rilevante: un’eventuale esclusione dal processo decisionale
aumenterebbe il rischio di ulteriori destabilizzazioni.
- Indebolimento militare progressivo, dovuto alla
perdita di figure chiave e alla pressione su alleanze regionali.
- La posizione ambivalente della Turchia, divisa tra
cooperazione tattica con Teheran in Siria e interessi divergenti nelle regioni
curde.
- Ridefinizione dei corridoi commerciali regionali, che potrebbe incidere sugli equilibri geopolitici e sulle strategie dei Paesi coinvolti.
In tutti i casi, appare evidente che lo status quo
risulta difficilmente sostenibile nel medio periodo.
Le proteste in Iran non costituiscono un episodio
isolato né una crisi temporanea. Esse esprimono una domanda diffusa di dignità,
diritti e cambiamento strutturale. La risposta delle autorità che si
orienti verso una maggiore repressione o verso un processo di trasformazione
politica non inciderà soltanto sul futuro dell’Iran, ma avrà ripercussioni
sull’intero equilibrio regionale.
Per la comunità internazionale, la sfida consiste nel riconoscere la natura
autenticamente sociale e politica di questa mobilitazione, evitando letture
semplificatrici e sostenendo, attraverso strumenti politici e diplomatici, il
rispetto dei diritti umani fondamentali.
Rodrigo
Rivas, 12 gennaio 2026
Commento
di un compagno iraniano
Caro Rodrigo,
Complimenti, l’analisi individua correttamente le
contraddizioni materiali su cui si regge il regime.
Tuttavia, perché la crisi si trasformi in una reale dinamica rivoluzionaria, mancano ancora due anelli decisivi nella catena.
Il primo è l’intervento diretto della classe operaia del settore petrolifero come soggetto collettivo e organizzato su scala nazionale. In quanto forza produttiva strategica, essa ha la capacità di bloccare il processo di valorizzazione del capitale statale e di colpire il fondamento materiale del potere della borghesia clericale.
Il secondo è la frattura dell’apparato repressivo dello Stato: l’esercito, espressione armata del potere di classe, deve cessare di essere strumento della dittatura e, sotto la pressione della lotta di massa, disgregarsi o passare dalla parte del proletariato e dei settori popolari.
Nell’Iran attuale, segnato da una crisi strutturale
del modo di produzione, dal crollo della legittimità ideologica e
dall’acutizzarsi della lotta di classe, l’equilibrio del sistema è sempre più
instabile. Se questi due anelli si saldano, la crisi politica può trasformarsi
in crisi rivoluzionaria e il regime non è più sostenibile.
Ali
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