La salute nel capitalismo: alcune ipotesi di lettura
Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale.
I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali.
I pochi che hanno fatto la storia
sono quelli che hanno detto di no,
mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali.
Il rifiuto per funzionare deve
essere grande, non piccolo, totale, non
su questo o quel punto, «assurdo» non
di buon senso.
Pier Paolo Pasolini
La presente riflessione vuole essere un approfondimento del problema della salute all’interno dello Stato terapeutico. In queste righe vorrei focalizzarmi su tre caratteristiche che, se vedo bene, possono aiutare a comprendere cosa sia oggi il concetto di salute, come viene narrato dal discorso comune e come viene vissuto. Nello Stato terapeutico (espressione dei valori dello stato borghese, aggiungerei senza forzature), costrutto dello psichiatra Thomas Ssanz, la salute è la pietra angolare dell’edificio sociale attraverso tre caratteristiche: stabilità, regolarità e moltiplicazione.
Nessuno
può mettere in dubbio il valore della salute per la dignità e la
condizione umana. Il punto è come questa sia resa funzionale ad altri
scopi e inserita in un dispositivo di potere biopolitico (Foucault),
cioè di controllo e classificazione sociale. Questo è ciò che tento di
analizzare.
Sulla stabilità e regolarità
La salute, almeno come concetto odierno, nasce nel tempo storico dell’industrializzazione moderna. Le caratteristiche stanno, credo, in tre elementi: la regolarità, il suo prestigio sociale come bene di lusso, la necessità indotta della sua moltiplicazione.
Per lavorare e produrre, l’uomo deve stare bene. Deve avere una salute che non possa essere persa facilmente ma che sia stabile, o meglio, che si possa sempre stabilizzare in modo da rimetterlo in moto il prima possibile. Questo tipo di salute, così regolare e stabile, nasce da un sistema di norme che assoggettano l’uomo a dei valori e codici ad esso estranei. Un tale prodotto si sviluppa a causa dalla separazione tra salute e malattia, le quali, in passato, invece erano tenute unite per non spezzare il carattere sacro – irrazionale - dell’unità della vita: salute e malattia, infatti, erano curate all’interno delle famiglie, dei gruppi, di ambienti dove l’individuo veniva considerato in rapporto inalienabile con esso, con l’ambiente stesso, ma anche capace di reagire attivamente alle cure che questo prestava. Ciò non era affatto una delega (la delega, così come io la utilizzo, presuppone una separazione passiva dell’individuo da ciò che vive o da ciò che fa) come invece oggi la salute impone, poiché l’individuo rimaneva sovrano dei processi di vita e di malattia.
Il
“medico”, che era solitamente una persona di una certa saggezza empirica
mutuata dall’esperienza, non era affatto un esperto esterno che non
conosceva chi doveva curare. Questo è piuttosto il medico moderno che
svolge la funzione di intermediazione e stabilizzazione. Questa delega,
quindi, che copre la salute col carattere “naturale” di regolarità e
stabilità come una sovrastruttura, origina dalla frammentazione che
l’individuo vive in relazione al proprio ambiente sociale, culturale e
naturale, in modo tale che deleghi la
propria salute e la propria malattia ad un’organizzazione della cura e
della terapia in cui non ha preso parte e nemmeno può conoscere.
Lo
Stato terapeutico può, perciò, giocare
sul doppio registro del medico e del salvatore, come sosteneva Ssanz,
attraverso il quale farsi accettare come l’unica realtà terapeutica
possibile, introducendo abilmente il fatto che la salute divenga oggetto
di lusso, uno dei volti del profitto. La crescita esponenziale delle
strutture private sancisce questo passaggio. L’individuo non la vive più
come rapporto tra Sé e il contesto vitale, ma come un oggetto da
riaggiustare, da modificare attraverso cui ottenere (con i soldi, per
chi ce li ha) prestazioni e servizi. Il prodotto “salute”, coniato
nell’organizzazione sociale complessa e mobile del sistema
neocapitalista, sancisce questo sfruttamento come condizione naturale.
Affinché lo Stato terapeutico possa avere pieno gioco nel produrre cittadini bisognosi di cure e medicine, la separazione che esso statuisce tra salute e malattia e ambiente di vita, lo svincola dal controllo che l’individuo può apportare. Questa separazione la si afferma, del tutto inconsciamente, quando si dice: <<io sono in salute>>, come irrigidimento tra un Io che è sano, senza scarto, senza fragilità, come massima assoluta di appropriazione in cui la salute è totalmente lineare, levigata e regolare; alienata dai propri bisogni reali e rispondente solo alle richieste del mondo della produzione. Un lusso, quindi, che come tale si deve moltiplicare incessantemente, come un titolo finanziario, che non serve se non a coloro che si arricchiscono.
Sulla moltiplicazione del bisogno di salute
Una
società, e una scienza, sodali nel mantenere immodificabili le regole
dell’iperproduzione di merci (e del lavoro umano come sottomesso alle
sue pressanti richieste da soddisfare senza sosta), hanno la funzione
d’introdurre e moltiplicare, nella salute, il valore di mercato, di bene
da consumare e da cui farsi consumare. Una salute, come un titolo
finanziario, deve poter moltiplicare il proprio rendimento. Anche la
salute, quindi, deve moltiplicare il rendimento/bisogno di essere
mantenuta produttiva, un bene su cui rischiare, prestigioso quanto chi
la detiene. L’uomo-bue, metafora del film “Tempi moderni” di Chaplin,
veniva risucchiato (alienato) dai meccanismi dell’ingranaggio sociale
dell’industria, creduto portatore di felicità e progresso; la salute
viene vissuta come oggetto staccato da sé, da aggiustare, modificare e
indossare.
Uomo e salute sono diventati ingranaggi, da oliare. Questo fa sì che da essa ne siamo risucchiati. La chirurgia plastica, per esempio, esemplifica il modello di questa moltiplicazione che risucchia l’uomo sotto altri miti e ideologie. Se non dovesse andare bene questo rischio, l’operazione chirurgica presenterà i suoi effetti deleteri. Questa moltiplicazione creata e spinta dal mercato della salute moltiplica incessantemente i bisogni (e le aspettative di vita puramente quantitative) che gli individui devono avere; bisogni sinonimo di merce da avere come mero ornamento. Infine, in questa moltiplicazione non c’è posto per il dolore, la sofferenze e la morte, la conoscenza delle quali ognuno avrebbe la libertà di formarsi e possedere, e su cui decidere ciò che è giusto e buono per se stessi.
Pierpaolo Calonaci
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