Lavorare meno per lavorare tutti\e? No lavorare meno giorni per produrre di più

Alcune aziende europee stanno promuovendo la settimana lavorativa corta su 4 giorni. Siamo in presenza di una riduzione dell'orario di lavoro o piuttosto di una intensificazione dei ritmi e dei tempi dentro una riorganizzazione complessiva degli orari di vita e di lavoro? E aziende che tendono a contrarre il costo del lavoro possono improvvisarsi benefattrici?  



Se ne parla ormai  da tempo nei paesi Ue ma anche in alcune aziende italiane, da parte nostra  sentiamo puzza di bruciato per alcune ragioni che proveremo a spiegare.

Il dibattito verte sulla inutilità dell'orario full time, già oggi nei servizi e negli appalti registriamo un elevato numero di part time, di stipendi ridotti e scarsi contributi previdenziali, si tende insomma a sfruttare in maniera intensiva la forza lavoro pensando che 40 ore settimanali siano decisamente troppe per ottenere le massime prestazioni possibili. 

Flessibilità dei tempi di lavoro e ritmi intensi sono alla base di questa "generosità" che poi si traduce in riduzione dei salari.

Non siamo quindi in presenza di regalie o del riconoscimento dei tempi di vita ma bensì di un cambiamento organizzativo del capitalismo all'insegna dello sfruttamento. 

Poi ci sono anche altre opzioni possibili come quella di lavorare su 4 giorni con orari prolungati per raggiungere, nell'arco della settimana, l'orario settimanale previsto dai contratti , quindi potremmo dire 4 giorni invece di 5 ma a parità di retribuzione anche se questa ipotesi è quasi sempre in subordine alla riduzione dell'orario di lavoro e dei contributi facendo continue pressioni sulla forza lavoro che, spremuta all'inverosimile, accetta suo malgrado la riduzione oraria.

In Spagna esiste già una fase sperimentale che prevede la riduzione dell’orario settimanale a 32 ore, in altri paesi invece gli orari sono stati ridotti di una ora  a settimana, tuttavia, nella stragrande maggioranza dei casi, la riduzione oraria non è a parità di salario e di contributi.

Alla luce di questi fatti le scelte aziendali non sono finalizzate al benessere dei lavoratori perchè hanno calcolato un aumento della produttività e anche la riduzione delle assenze per malattia . Teniamo conto che gli orari non sono quasi mai oggetto di contrattazione sindacale e le scelte intraprese sono atti unilaterali delle aziende. 

Eppure, a pensarci bene, tra i problemi del modello produttivo italiano, registriamo la prevalenza dei contratti part time e a tempo determinato rispetto ai full time e al cosiddetto posto fisso, nonostante questi studi la tendenza resta quella di ridurre il costo del lavoro intensificando ritmi e sfruttamento. 

Dietro alla rimodulazione degli orari si celano quindi non le esigenze della forza lavoro ma solo i dettami aziendali che hanno compreso come l'orario di lavoro tradizionale non risponda in molti casi alle esigenze produttive .

Non siamo dinanzi a una libera scelta ma a criteri e modalità di lavoro che suggeriscono anche una diversa organizzazione oraria quando invece non propendono per la riduzione degli orari e dei salari per avere numeri maggiori di dipendenti a orari ridotti e prestazioni maggiori nel complesso. 



Se il sindacato non comprende questa realtà finirà presto con il credere che i nuovi orari aziendali siano una conquista e non invece una effettiva imposizione supportata per altro da studi, statistiche e ricerche finalizzate all'accrescimento della produttività  e a costo zero  per le aziende quando invece non configurano con un vero e proprio vantaggio economico. 

Ultima opzione è l'alternanza tra lavoro agile e in presenza, anche in questo caso i vantaggi per l'azienda derivano dal mancato pagamento di alcuni istituti contrattuali per i giorni in smart e nel risparmio di utenze o per i servizi di pulizia. 

La settimana corta rischia di essere un boomerang per il sindacato e la forza lavoro, comprendere allora le ragioni di questa Generosità padronale dovrebbe essere la premessa indispensabile per ogni ulteriore ragionamento.

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