Dossier del Giga sulla situazione Ucraina

 Il Giga ha curato questa scelta di articoli sulla situazione Ucraina tratti da Il Manifesto. Riceviamo e pubblichiamo

«Sosteniamo la lotta per la vita. La guerra la vincerà solo il capitale»

Effetto Ucraina. La dichiarazione degli zapatisti firmata dal subcomandante Moisés e dal SupGaleano

Se una parte significativa della sinistra latinoamericana, pur invocando una soluzione negoziata alla guerra, tende a sposare le ragioni della Russia contro la «denazificazione dell’Ucraina», l’Esercito zapatista assume, al contrario, una ferma posizione di condanna di tutti i governi in gioco.

I toni sono netti già nell’incipit della dichiarazione diffusa dalla Commissione Sexta e firmata dal subcomandante Moisés e dal SupGaleano: «C’è un aggressore, l’esercito russo. Ci sono interessi dei grandi capitali in gioco, da entrambe le parti. Coloro che ora patiscono i deliri di alcuni e i subdoli calcoli economici di altri sono i popoli di Russia e Ucraina».
È, da sempre, l’opzione dell’Ezln: quella per los de abajo, coloro che stanno in basso e resistono all’«idra capitalista», il drago con le sue tante teste che avanza a un ritmo implacabile distruggendo, al suo passaggio, ogni cosa viva. Ed è in fedeltà a tale opzione che gli zapatisti non sostengono «l’uno o l’altro Stato, ma piuttosto coloro che lottano per la vita contro il sistema». Coloro, cioè, che resistono nel Donbass o che si ribellano in Russia, «arrestati e pestati per aver protestato contro la guerra», uniti, gli uni e gli altri, dal «ripudio dei confini e dei loro Stati Nazione», come pure delle «rispettive oppressioni che cambiano solo bandiera».

DEL RESTO, se durante l’invasione dell’Iraq «nessuno sano di mente pensava che opporsi all’invasione fosse mettersi dalla parte di Saddam Hussein», non troppo diversamente da allora si può adesso gridare: «Né Zelensky né Putin». Ed esigere: «Fuori l’esercito russo dall’Ucraina».
Allo stesso modo, gli zapatisti prendono le distanze dai governi che «si sono allineati da una parte o dall’altra» sulla pura base di «calcoli economici»: per loro «ci sono interventi-invasioni-distruzioni buone», quelle «portate avanti dai loro affini», e «ce ne sono di cattive», quelle «perpetrate dai loro opposti». E una dura accusa è rivolta ai «grandi capitali e ai loro governi “occidentali”», i quali, «rimasti in poltrona a contemplare, e persino incoraggiare, la situazione che si stava deteriorando», ora, dinanzi all’inattesa resistenza dell’Ucraina, iniziano a «emettere fatture per “aiuti” che verranno riscosse in seguito».

Nessun dubbio neppure su chi saranno i vincitori di questa guerra: «le grandi industrie degli armamenti e i grandi capitali», pronti a cogliere «l’opportunità di conquistare, distruggere/ricostruire territori», creando nuovi mercati.
Né gli zapatisti fanno alcuna concessione a quanti – e non sono pochi tra i movimenti di sinistra latinoamericani – sottoscrivono le parole di Putin sulla necessità di «denazificare», in quanto, come «ci dicono le nostre compagne in Russia, le bombe russe, i razzi, le pallottole volano verso gli ucraini senza chiedere le loro opinioni politiche e la lingua che parlano».
La conclusione è chiarissima: se la guerra va avanti, «forse poi non ci sarà nessuno a rendere conto del paesaggio che resterà dopo la battaglia».

La mediazione in guerra non passa attraverso la Nato

Costituzione rimossa. L'articolo 11 non prescrive solo il ripudio della guerra offensiva ma indica le organizzazioni internazionali come soggetti deputati a perseguire con ogni mezzo la pace

Nel dibattito parlamentare sulla guerra in Ucraina la Costituzione è stata rimossa. Mai richiamata né nell’intervento del presidente del Consiglio, né nella risoluzione approvata con il concorso di maggioranza e opposizione. In fondo può comprendersi.

Non è facile coniugare lo scontro armato con il diritto, la guerra assieme al suo «ripudio». Ben presente invece la Nato, richiamata nel discorso rivolto alle Camere per ben sei volte. C’è allora da chiedersi se, in caso di guerra, i principi costituzionali debbano essere sostituiti con i vincoli internazionali. Domanda per nulla peregrina poiché è evidente che la crisi Ucraina ha una sua determinante dimensione globale e la soluzione deve essere ricercata coinvolgendo il diritto internazionale più che quello nazionale. Ciò non toglie però che il comportamento del nostro Governo, anche sul piano dei rapporti con gli altri Stati e nelle organizzazioni cui è parte, deve essere indirizzato dalla sua legge suprema.

D’altronde la nostra Costituzione fornisce precise indicazioni. Non tanto nelle disposizioni che prevedono il «sacro dovere di difesa della Patria» (art. 52) e dunque la legittimità della guerra difensiva (secondo quanto specificato negli articoli 78, 60 e 87), quanto nel sempre richiamato, ma poco meditato, articolo 11 della Costituzione. È questa una disposizione più articolata e meno «arresa» di quanto non si dica solitamente.

Infatti, non solo si enuncia il principio pacifista del «ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», ma si indica con chiarezza in che modo si deve assicurare quest’obiettivo. In assoluta continuità concettuale, stilistica e sostanziale (l’articolo non è distinto in commi, bensì composto da un’unica frase separata da punti e virgola) si richiamano le organizzazioni internazionali rivolte ad assicurare la pace e la giustizia tra le Nazioni. Nei confronti di queste, in condizioni di parità, sono ammesse limitazioni di sovranità; richiedendosi altresì che esse siano promosse e favorite. Il richiamo all’Onu è del tutto esplicito (anche storicamente fondato, basta leggere gli atti dell’Assemblea costituente).

Non può invece farsi risalire a questa disposizione né la nostra adesione alla Nato, né i vincoli di natura militare che comporta. Il che non vuol dire che sia «incostituzionale» l’adesione al patto atlantico (almeno fin tanto che si presenta come organizzazione di «difesa» dei Paesi aderenti), ma semplicemente che non è questa l’organizzazione idonea a conseguire l’obiettivo supremo della pace e la giustizia tra le Nazioni. Non è neppure difficile comprendere perché sia necessario affidarsi ad organizzazioni che perseguono la pace come obiettivo e non la difesa armata come strategia. In Ucraina, in questo momento, se vuoi la pace devi far cessare il confronto militare, non solo quello armato che sta producendo gli orrori della guerra, ma anche quello tra le potenze e gli Stati che si armano per continuare lo scontro, magari in altre forme.

È il tempo dei «costruttori di pace», ovvero di soggetti che in piena autonomia possano operare come mediatori tra le parti in lotta. Organizzazioni terze, non perché prive di giudizio – è chiaro in questo caso chi siano gli aggressori e chi le vittime – ma perché estranee al conflitto. Per poter svolgere la funzione di mediazione necessaria, infatti, non si può al tempo stesso partecipare alla guerra.

Sono note le enormi difficoltà in cui si trova ad operare oggi l’Onu. Ma, nel rispetto del principio pacifista della nostra Costituzione, ci si può arrendere e piegare alle logiche di potenza che stanno prevalendo, alla cultura del riarmo come strumento di difesa, all’orribile latinetto «si vis pacem, para bellum»? Ma veramente si pensa di poter fermare l’esercito di Putin contrapponendogli le vittime civili e armando agli aggrediti?
Non voltarsi dall’altra parte oggi vuol dire dirsi disponibili a mediare, chiedere a gran voce – l’intera comunità internazionale – una conferenza internazionale per affrontare la questione Ucraina, disposti a riconsiderare i rapporti geopolitici che ci hanno condotto alla soglia della distruzione dell’intera umanità. Una soglia che varcheremo se dovessero concretizzarsi le minacce nucleari, che vengono ormai cinicamente prospettate, con incredibile superficialità, dai vari leader del mondo.

Una domanda prima di ogni altra dovremmo a questo punto con urgenza e realisticamente porci: se non può essere l’Onu l’organizzazione internazionale in grado di «salvare le future generazioni dal flagello della guerra», riaffermando «la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grande e piccole» (così è scritto nel preambolo dello Statuto delle Nazioni Unite), chi altri? Seguendo la via maestra della nostra Costituzione – oltre che il nostro senso dell’umano – qualunque organizzazione internazionale rivolta a tali scopi. Un ruolo non indifferente possono esercitare le organizzazioni sociali non governative, le chiese e i partiti che credono che per costruire la pace non bisogna prepararsi alla guerra.

Un movimento per fermare in Europa la guerra di Putin. E la Nato

Crisi ucraina. L'Ue è stata incapace di fermare l'espansione della Nato, mentre negli Usa commentatori sia liberal che conservatori sapevano che avrebbe portato al conflitto con la Russia

I politici europei dell’estremo centro (centrodestra e centrosinistra) si sono compattati dietro la Nato come una forza del bene. Il centrosinistra sembra essere ancor più propenso al bellicismo del centrodestra. Un manto di conformismo ricopre il continente. Non si trova alcun sognatore. Nel frattempo i rifugiati africani e indiani che fuggono dalla guerra in Ucraina non vengono lasciati entrare o vengono assaliti e abusati. Le guerre della Nato in Yemen e Somalia continuano mietendo più vittime di quelle in Ucraina sinora. E, naturalmente, i paesi Nato supportano inequivocabilmente la continuata occupazione israeliana della Palestina. Le vite non bianche non hanno grande importanza a “Natoland”.

L’UE SI È DIMOSTRATA incapace di fermare l’espansione della Nato, mentre negli Stati uniti commentatori sia liberali che conservatori sostenevano che la logica di questa espansione sarebbe stata il conflitto con la Russia. Le rubriche di Thomas Friedman degli ultimi giorni sono critiche nei confronti della Nato. Altrettanto lo è Henry Kissinger. E la scorsa settimana Ted Galen Carpenter del Cato Institute ha scritto: “E’ evidente da molto tempo che l’espansione della Nato condurrebbe a una tragedia. Stiamo pagando il prezzo dell’arroganza Usa”. L’élite tedesca, che negli ultimi trent’anni è stata incapace di esercitare un’influenza sulla Nato, ha ora deciso di accettare la richiesta spesso ripetuta da Washington, e ha intrapreso un immenso programma di riarmo.
A differenza della maggior parte dei politici e dei commentatori dell’Ue, Carpenter e altri analisti americani non devono nascondere il fatto che la Nato è uno strumento delle politiche imperialiste americane. L’espansione della Nato e dell’Unione europea hanno reso ogni tentativo di indipendenza della Ue da Washington come un sogno a base di marijuana. Sono consapevoli di chi comanda. Sanno chi dirige lo spettacolo.

L’ELITE BRITANNICA sta ora prendendo di mira la Stop the War Coalition creata nel 2001 dopo che la Nato ha lanciato l’operazione Libertà duratura (provo a non ridere) per occupare l’Afghanistan. Nelle ultime settimane, sia Boris Johnson che Starmer (il leader del Labour della sua corrente di destra) hanno attaccato il movimento pacifista. Starmer ha dichiarato che nessun deputato laburista può criticare la Nato, e ha minacciato di espellere coloro che parlano ai comizi di Stop the War. Questa è la democrazia in azione. Una nebbia di mistificazioni e propaganda avvolge la Gran Bretagna. Gli elementi più estremi vogliono rischiare un conflitto atomico. I media qui hanno lodato i manifestanti per la pace russi ma attaccano Stop the War perché rifiutiamo di assolvere la Nato dalla sua parte di responsabilità nell’aver creato questa situazione, come pure sostengono molti commentatori statunitensi.
La guerra di Putin sta andando male. L’intento di creare uno stato fantoccio russo sul modello dei paesi satellite Usa/Nato nel resto dell’Europa dell’Est sembra naufragato. La popolarità di Zelensky è alle stelle. Ciò che ora probabilmente accadrà è una partizione dell’Ucraina, i cui termini prima o poi dovranno venire negoziati. Le mode della Nato cambiano. Putin un tempo era un amico, lodato da Clinton e Blair per i suoi “successi” nella sconfitta dei ceceni, e ringraziato da Washington per aver consentito che le basi militari ex sovietiche venissero usate per la conquista dell’Afghanistan. Oggi Putin è il male incarnato. E domani?

NEL FRATTEMPO, la “civiltà occidentale” è al suo apice di stupidità nel momento in cui un’università italiana cancella una lezione su Dostoevsky, o con i musicisti russi sotto attacco, eccetera. Confrontate ciò al discorso di Lev Kopelev, uno studioso tedesco e traduttore per l’Armata rossa durante la seconda guerra mondiale. Nelle sue memorie (No Jail for Thought), Kopelev (immortalato come il buon comunista Rubin nel capolavoro di Solzhenitsyn, Il primo cerchio) descrive il suo ingresso in una stanza piena di ufficiali tedeschi di tutti i gradi dopo la resa di Stalingrado. Li descrive come distrutti, fisicamente e mentalmente, mentre mormorano “ci vergogniamo di essere tedeschi”. Kopelev (un ebreo russo la cui parte stava vincendo la guerra) dice loro: non vergognatevi di essere tedeschi. Vergognatevi di combattere per i nazisti. La cultura tedesca, gli dice, si risolleverà. È la cultura di Goethe e Schiller, Beethoven e Bach, Marx e Engels. Non dovete rigettare questo patrimonio. Un’argomentazione diversa da quella impiegata da Lukacs in La distruzione della ragione. E anche se Kopelev in seguito divenne un dissidente, i suoi saggi sulla cultura tedesca erano ancora altamente considerati. Questa è una lezione per gli imbecilli che vogliono boicottare la cultura russa.

Intanto Stop the War sta organizzando, in dieci città, degli eventi in cui si chiede il ritiro delle truppe russe e la fine dell’espansione Nato. C’è stata qualche piccola manifestazione anti-Nato a Napoli e Milano, e Jean-Luc Melenchon, il candidato presidenziale di France Insoumise (al 13% nei sondaggi contro il 3% dei socialisti) ha chiesto il ritiro della Francia dalla Nato. Piccoli fremiti, ma non senza importanza.

* Tariq Ali è fondatore e leader di Stop the War, il più grande movimento nazionale pacifista del mondo, nato nel settembre 2001 dopo l’attentato alle Twin Towers



Le quattro lezioni dell’Ucraina: i doppi standard occidentali

Crisi ucraina. La visione di media e classi dirigenti in Occidente è segnata da etnocentrismo e razzismo: dai rifugiati «simili a noi» alle «legittime» invasioni Usa in Medio Oriente fino alla tollerabilità dei gruppi neonazisti. E infine alle politiche di oppressione di Israele nei confronti dei palestinesi

Secondo Usa Today, la foto diventata virale di un grattacielo ucraino colpito dai bombardamenti russi ritraeva, in realtà, un grattacielo nella Striscia di Gaza, demolito dall’aviazione israeliana nel maggio del 2021.

Qualche giorno prima, il ministro degli Esteri ucraino si era lamentato con l’ambasciatore israeliano a Kiev: «Ci state trattando come Gaza», aveva detto, furioso, sostenendo che Israele non aveva condannato l’invasione russa ed era interessato solo a far uscire dal Paese i cittadini israeliani (Haaretz, 17 febbraio 2022).

Faceva riferimento all’evacuazione forzata dalla Striscia di Gaza delle donne ucraine sposate con uomini palestinesi, nel maggio 2021, ma intendeva anche ricordare a Israele il pieno sostegno dimostrato dal presidente ucraino in occasione dell’aggressione israeliana ai danni della Striscia, sostegno su cui tornerò in seguito.

In effetti, le aggressioni contro Gaza dovrebbero essere tenute in debita considerazione nel valutare l’attuale crisi in Ucraina. Il fatto che le immagini vengano confuse non è una pura casualità: in Ucraina non sono stati colpiti molti grattacieli, mentre a Gaza è accaduto di frequente.

Tuttavia, quando si analizza la crisi ucraina in un contesto più ampio, a emergere non è solo l’ipocrisia occidentale sulla Palestina; l’intero sistema di double standards in uso in Occidente andrebbe messo sotto accusa, senza restare indifferenti, neanche per un istante, alle notizie e alle immagini che ci arrivano dalle zone del conflitto in Ucraina: bambini traumatizzati, lunghe file di profughi, edifici danneggiati dai bombardamenti, e la minaccia concreta che questo sia solo l’inizio di una catastrofe umanitaria nel cuore dell’Europa.

Al contempo, però, chi come noi vive, analizza e denuncia le tragedie che si verificano in Palestina non può fare a meno di notare l’ipocrisia dell’Occidente, né smettere di denunciarla, pur mantenendo salde la solidarietà umana e l’empatia con le vittime di ogni guerra.

C’è bisogno di farlo, o la disonestà morale insita nelle scelte della classe dirigente e dei media occidentali consentirà loro, ancora una volta, di mascherare il proprio razzismo e di godere di totale impunità, mentre continua ad assicurare immunità a Israele e alle sue politiche di oppressione nei confronti dei palestinesi.

Ho individuato quattro falsi postulati che sono alla base del coinvolgimento dell’establishment occidentale nella crisi ucraina e ho pensato di dedurne quattro lezioni.

Lezione numero uno: i profughi bianchi sono i benvenuti, gli altri meno. La decisione collettiva e senza precedenti da parte dell’Unione europea di aprire le porte ai profughi ucraini, seguita da una più cauta politica da parte della Gran Bretagna, non passa inosservata, se si considera la chiusura dei confini attuata dalla maggior parte dei Paesi europei nei confronti dei rifugiati provenienti dal mondo arabo o dall’Africa, a partire dal 2015.

La chiara selezione su base razziale, che distingue i profughi in base al colore della pelle, alla religione e all’etnia è abominevole, ma destinata a durare nel tempo. Alcuni leader europei non si vergognano neanche di esternare pubblicamente il loro razzismo, come nel caso del primo ministro bulgaro, Kiril Petkov: «Questi (i profughi ucraini) non sono i profughi a cui siamo abituati, sono europei. Queste persone sono intelligenti e istruite. Non sono i profughi a cui siamo abituati, persone di cui non conosciamo l’identità, con un passato poco chiaro, che potrebbero anche essere terroristi».

Petkov non è il solo a pensarla così. I media occidentali parlano continuamente di «rifugiati simili a noi» e questo razzismo è del tutto evidente ai confini tra l’Ucraina e i Paesi europei limitrofi.

Questo atteggiamento razzista, con forti connotazioni islamofobe, non è un fenomeno momentaneo, visto il rifiuto da parte dell’establishment europeo di accettare il tessuto multiculturale e multietnico presente nelle loro società.

Una realtà variegata, prodotta da anni di colonialismo e imperialismo europeo, che gli attuali governi d’Europa si ostinano a negare e ignorare mentre perseguono politiche migratorie fondate sugli stessi principi razziali che hanno permeato il loro colonialismo e imperialismo in passato.

Lezione numero due: si può invadere l’Iraq, ma non l’Ucraina. È alquanto sconcertante la assoluta indisponibilità, da parte dei media occidentali, a contestualizzare la decisione russa di invadere l’Ucraina all’interno di un’analisi più ampia – e ovvia – su come siano cambiate le regole del gioco politico internazionale a partire dal 2003.

È difficile trovare un’analisi che sottolinei il fatto che Stati uniti e Gran Bretagna hanno violato il diritto internazionale e la sovranità di uno Stato quando, con una coalizione di Paesi occidentali, hanno invaso l’Afghanistan e l’Iraq.

L’occupazione di un Paese al fine di raggiungere le proprie finalità politiche, non è un concetto inventato da Vladimir Putin in questo secolo: è stato introdotto e giustificato come strumento politico dall’Occidente.

Lezione numero tre: in alcuni casi i neonazisti possono essere tollerati. Le analisi tralasciano anche alcune considerazioni valide di Putin sull’Ucraina, che di certo non giustificano l’invasione ma che devono essere tenute in conto anche durante l’invasione.

Prima che scoppiasse questa crisi, i media occidentali progressisti, come The NationGuardianWashington Post, ci mettevano in guardia contro il crescente potere dei gruppi neonazisti in Ucraina e su come avrebbero potuto influenzare il futuro dell’Europa e del mondo. Gli stessi giornali, oggi, sminuiscono la portata del Neo-nazismo in Ucraina.

Il 22 febbraio 2019 The Nation scriveva: «Notizie sempre più frequenti di episodi di violenza da parte dell’estrema destra e di erosione delle libertà fondamentali smentiscono l’iniziale euforia dell’Occidente. Si verificano pogrom contro i Rom, aggressioni sempre più frequenti contro femministe e gruppi Lgbt, censure di libri e glorificazione di collaborazionisti nazisti promossa dallo Stato».

Due anni prima, il 15 giugno 2017, il Washington Post sosteneva, con grande perspicacia, che un eventuale scontro tra Ucraina e Russia non avrebbe dovuto farci dimenticare il potere dei gruppi neonazisti in Ucraina: «Mentre continua lo scontro in Ucraina con i gruppi separatisti sostenuti dai russi, Kiev deve fronteggiare un’altra minaccia alla sua sovranità: i potenti gruppi ultranazionalisti di estrema destra. Questi gruppi non si fanno scrupoli a usare la violenza per raggiungere i propri obiettivi, e questo si scontra con quell’immagine di democrazia tollerante e vicina all’Occidente che Kiev cerca di diventare».

Ma oggi il Wp adotta un atteggiamento del tutto diverso e definisce l’etichetta di neonazismo una «falsa accusa»: «In Ucraina operano diversi gruppi paramilitari nazionalisti, come il battaglione Azov e il Pravyi Sector (Settore destro), che sposano l’ideologia neonazista. Nonostante la continua esposizione, non sembrano avere un forte appoggio popolare. Solo un partito di estrema destra, Svoboda, è rappresentato nel parlamento ucraino, con un solo seggio».

I precedenti avvertimenti da parte di The Hill (9 novembre 2017), il maggiore sito di notizie indipendente degli Stati uniti, sembrano ormai dimenticati: «Ci sono, innegabilmente, dei gruppi neonazisti in Ucraina e questo è stato confermato da quasi tutti i principali media occidentali. Il fatto che gli analisti possano sminuirlo come propaganda diffusa da Mosca è molto inquietante. Soprattutto vista la crescita esponenziale di gruppi neonazisti e suprematisti a livello mondiale».

Lezione numero quattro: abbattere un grattacielo è un crimine di guerra solo se accade in Europa. Oltre ad avere connivenze con queste formazioni neonaziste e i con i loro gruppi paramilitari, il governo ucraino è anche incredibilmente filo-israeliano.

Uno dei primi atti del presidente Volodymyr Zelensky è stato il ritiro dell’Ucraina dal Comitato sull’Esercizio dei diritti inalienabili del popolo palestinese delle Nazioni unite – l’unico tribunale internazionale che fa in modo che la Nakba non venga negata o dimenticata.

Questa decisione è stata adottata dal presidente ucraino, che non ha mostrato alcuna empatia nei confronti della tragedia dei profughi palestinesi, che lui non considera vittime di alcun crimine. Nelle interviste rilasciate durante i selvaggi bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza nel maggio 2021, ha affermato che l’unica tragedia a Gaza era quella vissuta dagli israeliani. Sarebbe come dire che i russi sono gli unici a soffrire in Ucraina.

Ma Zelensky non è il solo a pensarla così. Nel caso della Palestina, l’ipocrisia raggiunge livelli inimmaginabili. Un grattacielo vuoto colpito in Ucraina è finito in prima pagina ovunque, scatenando dibattiti e profonde analisi sulla brutalità umana, Putin e la disumanità.

I bombardamenti vanno condannati, chiaramente, ma i leader che oggi si dicono sdegnati sono rimasti in silenzio mentre Israele radeva al suolo la città di Jenin nel 2000, il quartiere di Al-Dahaya a Beirut nel 2006 e Gaza City in una operazione dopo l’altra, nel corso degli ultimi quindici anni.

Nessuna sanzione nei confronti di Israele è stata mai nemmeno discussa, figuriamoci applicata, per tutti i crimini di guerra commessi dal 1948 a oggi. Anzi, in molti Paesi occidentali che oggi sono tra i promotori delle sanzioni contro la Russia anche solo nominare la possibilità di sanzionare Israele viene ritenuto illegale e tacciato di antisemitismo.

Anche quando si assiste a espressioni di solidarietà con l’Ucraina in Occidente, non si può fare a meno di notare il contesto razzista ed etnocentrico. L’imponente solidarietà collettiva è riservata a chi sceglie di unirsi a quel blocco e sottostare a quella sfera di influenza.

Non scatta la stessa empatia quando una violenza simile, o persino peggiore, è attuata verso popolazioni non europee in generale, e quella palestinese in particolare.

In quanto soggetti con una propria coscienza, noi abbiamo il diritto di interrogarci sulle risposte alle calamità e abbiamo la responsabilità di evidenziare l’ipocrisia che, per certi versi, ha spianato la strada a simili catastrofi.

Legittimare a livello internazionale l’invasione di Paesi sovrani e tacere sui processi di colonizzazione e oppressione ai danni di altri, come la Palestina e il suo popolo, porterà a ulteriori tragedie in futuro, in Ucraina come in ogni altra parte del mondo.

*Ilan Pappé è docente presso l’Università di Exeter ed è stato senior lecturer di scienze politiche presso l’Università di Haifa. È l’autore de “La Pulizia etnica della Palestina” e “Dieci Miti su Israele”. Pappé è definito come uno dei “nuovi storici” che, dopo la pubblicazione di documenti britannici e israeliani a partire dai primi anni ‘80, hanno riscritto la storia della fondazione di Israele nel 1948.

(Tradotto da Romana Rubeo)


Contro la guerra, tacciano le armi

Oggi in piazza la pace. Abbiamo accolto l’invito di Papa Francesco per la giornata di preghiera e digiuno per la pace, tre giorni fa, Mercoledì delle Ceneri. Un invito anche alla conversione. Mi unisco al dolore per le vittime di questa guerra in Ucraina, e di tutte le guerre

Abbiamo accolto l’invito di Papa Francesco per la giornata di preghiera e digiuno per la pace, tre giorni fa, Mercoledì delle Ceneri. Un invito anche alla conversione. Mi unisco al dolore per le vittime di questa guerra in Ucraina, e di tutte le guerre. Dalle tante coscienze, da numerose piazze d’Italia sale sempre più forte il grido di pace e di no alla guerra. Si chiede il non coinvolgimento del nostro Paese nel conflitto né con armi e né con preparazione di uomini.

Certo, la condanna all’aggressione operata da Putin è totale. La guerra è sempre una tragedia. Ma non possiamo con questo dimenticare, o peggio ancora assolvere, la Nato (di cui l’Italia fa parte) dalle sue gravi responsabilità.
Sono sconcertato dalla decisione del Governo e del nostro Parlamento di inviare armi all’Ucraina. E, ancora di più, resto senza parole leggendo le dichiarazioni del nostro ministro della difesa, Lorenzo Guerini, su La Stampa di oggi, che oltre a ritenere uno scenario possibile una guerra che può durare 10-20 anni, alla domanda del giornalista sulla decisione della Germania di aumentare le spese militari fino al 2% del Pil, risponde: “Noi abbiamo un trend in crescita da quando sono ministro: da settembre del 2019 a oggi, il bilancio della Difesa è cresciuto di oltre 3 miliardi e mezzo, siamo all’1,4% del Pil. Si tratta di fare più investimenti per presidiare un pezzo della nostra sovranità nazionale e tecnologica».

No, Signor Ministro, “mostrare i muscoli” non può essere, e non potrà esere la strada che porta alla pace! Io non ci sto! E con me credo tantissime donne e uomini di buona volontà, di Pax Christi e non solo. Che credono e vogliono la pace. “Se vuoi la pace, prepara la Pace, non la guerra!”
Mi sembra che qui si vedano ben chiari i grandi interessi delle lobby delle armi.

Non per niente da tempo sono in aumento le spese militari. Non ci sono i soldi per tante necessità ma per le armi si trovano sempre. E si decide addirittura di destinarle a zone di guerra, rendendoci, secondo alcuni esperti analisti, un Paese ‘belligerante’.
Proprio un anno fa, papa Francesco nel suo viaggio in Iraq affermava, a Ur dei Caldei,: “Un’antica profezia dice: «Verranno giorni in cui spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci. E un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo” (Is 2,4). Questa profezia non si è realizzata, anzi spade e lance sono diventate missili e bombe!”.

Come cittadino che fa riferimento alla Costituzione Italiana (Art. 11) che ripudia la guerra, e da credente e vescovo che fa riferimento al Vangelo, credo sia mio e nostro dovere offrire solidarietà umana e accoglienza a chi fugge dalla guerra, ma è altrettanto doveroso un impegno deciso e radicale contro l’irrazionalità e l’immoralità di ogni guerra e la sua preparazione. Non possiamo versare benzina sul fuoco. È questa è la conversione che vogliamo chiedere anche in questo tempo quaresimale.
Pax Christi sarà a Roma il prossimo 5 marzo con tante donne e uomini per chiedere pace.
Mi auguro che allo jus in bello si sostituisca il Diritto Internazionale alla Pace.

* Presidente Nazionale
di Pax Christi
Vescovo di Altamura-Gravina – Acquaviva delle Fonti


Da Gorbaciov al nuovo pericolo atomico

Stranamore in Europa. È stata questa una inquietudine costante nella vita dell'ex presidente dell'Urss che prima bloccò in modo unilaterale i test balistici sovietici e poi inaugurò una politica del disarmo concordata con gli Stati Uniti. Putin negli ultimi vent’anni ha elaborato una nuova politica di potenza: la sicurezza della Russia può essere garantita solo dalla difesa, anche unilaterale, degli interessi russi

Alcuni giorni fa il premio Nobel per la pace e giornalista russo Dmitrij Muratov ha incontrato l’ex presidente dell’Unione Sovietica Michail Gorbaciov. Quest’ultimo ha avuto un ruolo nella fondazione del giornale diretto da Muratov, Novaja Gazeta. Il rapporto, quindi, è di lungo tempo.

Muratov ha riportato le preoccupazioni di Gorbaciov, che avrebbe chiesto di fare il possibile per impedire una escalation nucleare. È stata questa una inquietudine costante nella vita di Gorbaciov. Dal 1985, quando venne eletto segretario del Pcus, prima bloccò in modo unilaterale i test balistici sovietici e poi inaugurò una politica del disarmo concordata con gli Stati Uniti. Disarmo, quello sovietico, reso necessario dalla crisi economia profonda del paese. Il successo della perestrojka, infatti, era legato alla riallocazione delle immense risorse che Mosca utilizzava per il comparto militare.

La scelta del disarmo non fu solo una questione contingente. Gorbaciov era sensibile alle istanze pacifiste e aveva un certo modo di interpretare i problemi sovietici. A suo dire le interconnessioni globali rendevano impossibile la risoluzione di qualsiasi problema pensando semplicemente all’interesse nazionale. A motivazioni di ordine pratico si unirono, dunque, quelle di carattere etico ed una sensibilità culturale verso i problemi della pace.

Gorbaciov trovò poi una sponda a Washington nel presidente Donald Reagan. Inizialmente i due ebbero qualche attrito, ma con il passare dei mesi Reagan (che nel 1983 aveva definito l’Urss l’Impero del male) sposò il progetto di Gorbaciov condividendo le sue preoccupazioni: una guerra nucleare doveva essere evitata ad ogni costo.

Gorbaciov intraprese anche una seria discussione in merito alle armi convenzionali e al ruolo militare sovietico in Europa. Cosa più importante, almeno per i popoli dell’Est europeo, nel 1989-90 egli proclamò e applicò il principio della non-interferenza: lo strumento militare non era più valido per determinare il corso degli eventi nella sfera di influenza sovietica.

La fine pacifica dell’Impero sovietico fu un avvenimento non scontato. La crisi e il crollo di un impero sono spesso foriere di conflitti, vendette, pulizie etniche ecc. Gorbaciov ha il merito storico di aver permesso il ritiro pacifico del decadente gigante russo/sovietico dall’Europa. A parte una più stretta collaborazione con la Germania riunificata, che ha caratterizzato i rapporti russo-tedesci pure successivamente, il leader sovietico non ottenne null’altro da un Occidente inebriato per la vittoria contro il nemico storico comunista e per la «fine della Storia».

Nella Russia post-comunista l’eredità di Gorbaciov è andata gradualmente dissolvendosi. Questo è avvenuto in primo luogo per le contraddizioni e il fallimento della perestrojka, che hanno lasciato una diffusa e generale insoddisfazione. Il resto l’ha fatto la tremenda crisi vissuta dal paese negli anni Novanta, che ha portato al rafforzamento del potere presidenziale e alla repressione delle istanze democratiche e pacifiste presenti nella società russa.

Infine, Putin negli ultimi vent’anni ha elaborato una nuova politica di potenza: la sicurezza della Russia può essere garantita solo dalla difesa, anche unilaterale, degli interessi russi. Mosca ritiene di avere il diritto/dovere di intervenire in quella che reputa “l’area della civiltà russa”, di cui l’Ucraina farebbe parte.

Qualche giorno fa il ministro degli esteri russo ha richiamato il pericolo di una possibile guerra atomica, poco prima il presidente aveva messo in allerta il sistema di difesa del paese. Nel frattempo, in Ucraina si susseguono gli scontri armati nei pressi delle centrali nucleari, punti strategici che i russi provano a conquistare. Insomma, l’opzione atomica e il rischio di un olocausto nucleare rappresentano nuovamente una spada di Damocle sull’Europa.

Non è un caso se un preoccupato Muratov sia andato a trovare proprio Gorbaciov. Grazie a lui c’è già stata una Russia capace di intendere il proprio posto in Europa in una relazione di interdipendenza pacifica con i suoi vicini. È accaduto e quindi può riaccadere.

E l’Europa? Può raccogliere le preoccupazioni di Gorbaciov? Ursula Von der Leyen ha perorato l’ingresso dell’Ucraina nella Ue e, allo stesso tempo, il presidente Zelens’kyj ha ricordato a tutti che gli ucraini sono europei. E i Russi? Che cosa sono i russi? Gorbaciov diceva che la Russia era Europa e che con la sua arte, letteratura ecc. faceva parte della civiltà europea. Parlava di Casa comune europea da costruire insieme, Est ed Ovest; un’idea tanto affascinante quanto vaga.

Se anche i russi sono europei, se anche la Russia è Europa perché Mosca è rimasta fuori dai processi di integrazione europea negli ultimi trent’anni? Questo ha favorito o no il regime di Putin? Proporre al popolo russo una reale opzione europeista non sarebbe forse un modo per metterlo in difficoltà? Sono questioni storiche complesse su cui interrogarsi e strategie politiche difficili da immaginare, riflettere su questi temi è però indispensabile per salvare oggi il nostro continente.


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